Risultati: come partire col piede giusto



Le domande sono sempre utili?


Io credo che dipenda dalla qualità della domanda, o se vogliamo dalla sua finalità.


Ci sono, a mio avviso, domande utili e domande inutili o “tossiche”.

Domande che ci aiutano a cambiare, migliorare, avvicinarci ai risultati che desideriamo e domande che ci confondono, alzano una cortina fumogena, ci aiutano a rimanere nascosti in trincea.


Per “trincea”, metaforicamente, intendo una “zona di confort” ormai divenuta disagevole ma che difendiamo fino allo stremo come un soldato assediato.


Le domande utili, invece, sono quelle che ci spronano, ci infondono fiducia, ci motivano ad andare avanti e ad impegnarci per migliorare.

Le domande che ci incasinano sono le domande smonta-motivazione, “gli interrogativi” senza risposta razionale o la cui risposta aiuta solo ad abbassare l’ansia da prestazione, ma non a fare passi in avanti.


Vediamone alcune che ci capita spesso di rivolgere a noi stessi o agli altri e che a volte mi sento anche rivolgere come coach/docente.


1. Le domande della serie “ce la farò a…”, “ho i numeri per…”, “ho abbastanza capacità per…”

Nella mia esperienza di docente di coaching sento spesso gli allievi pormi questa domanda: “Ce la farò a diventare un coach professionista?”.


A meno di evidenti incompatibilità tra mezzi base e obiettivi ci vorrebbe la sfera di cristallo per rispondere a questo tipo di domande. Ma anche in caso di apparente incompatibilità mezzi-propositi… occhio, mai dire mai! La quotidianità è piena di esempi di “non ce la farai mai!” smentiti.


Dicevo, ci vorrebbe la sfera di cristallo… a meno che tu non faccia qualcosa per raggiungere il risultato che desideri. Ma nella domanda, così posta, non c’è traccia di un qualche tipo di proposito.


Inoltre, anche una risposta positiva non sortirebbe alcun effetto perché la risposta non ha alcun fondamento razionale e chi pone la domanda se ne rende benissimo conto. La risposta può essere o un’adulazione (“certo che ce la farai, cosa te lo impedisce!”) o una svalutazione (“ma dove credi di andare…”).


Infine… già il fatto di pensare una domanda del genere trasmette un messaggio di profonda sfiducia nelle nostre possibilità. Non è proprio partire col piede giusto.


Esempi di domande utili, invece sono:

  • qual è il prossimo passo per avvicinarmi al risultato che desidero?

  • cosa mi può aiutare a fare un passo in avanti?

  • chi mi può aiutare a fare un passo in avanti?

  • cosa devo cambiare/migliorare/risolvere in me per fare un passo in avanti?

Naturalmente tutto il goal-setting di cui disponiamo ci può semplificare la vita.


2. Le domande della serie “giusto-sbagliato/bene-male?”

In questa situazione, secondo te, sto facendo bene o sto facendo male? È giusto, secondo te, fare così? Dammi un feedback”.


Giusto-sbagliato sono categorie del pensiero che apprendiamo fin da piccoli. Sono categorie del pensiero che hanno il vantaggio di essere rassicuranti (se qualcuno concorda che siamo nel giusto) o di porci sulla difensiva (se qualcuno ci fa notare che secondo lui siamo nello sbagliato).


Se ci convinciamo di essere nel giusto possiamo placidamente rimanere nella nostra zona di comfort, il che non è sempre un bene. Se, invece, ci viene detto di essere nello sbagliato è probabile che faremo qualche operazione per rinforzare la trincea o rispondere con delle mitragliate di alibi.


Giusto e sbagliato sono categorie della filosofia morale, ma non sono utili per la motivazione e per il cambiamento. Riflettiamoci, di quante cose siamo persuasi che "sarebbe giusto" fare in un certo modo, ma questo non basta a motivarci a farlo veramente?


E poi, giusto o sbagliato rispetto a cosa?


Utilizzare queste categorie porta dritto al giudizio, che è la cosa meno utile per cambiare o muoversi verso un risultato.


Esempi di domande utili, invece, sono:

  • cosa sta funzionando?

  • cosa non sta funzionando?

  • cosa potrei fare di diverso?

  • come posso fare meglio quello che già funziona?

  • quale piccola azione posso fare da subito per avvicinarmi al risultato che desidero?


3. Qual è il modo migliore per…?

Vorrei un metodo per… vorrei capire qual è la tecnica per… il modo migliore per…”.


Spesso questa domanda mi viene rivolta in relazione ai rapporti fra persone. Qual è il modo migliore per motivare i collaboratori? Qual è il metodo migliore per gestire questo collaboratore difficile? Qual tecnica posso usare per gestire il conflitto con Tizio?


Per affrontare le complessità (mi spiace per primo per me stesso quando dico questa cosa…) non esiste un modo migliore, la tecnica risolutiva, il metodo infallibile. Insomma, la famosa bacchetta magica.


Quando c’è un essere umano di mezzo c’è una grande complessità. Figuriamoci più esseri umani in interazione fra loro.


Qui, più che delle domande, aiuta definire bene i risultati che si vogliono raggiungere. Di nuovo ci possono aiutare i principi del goal-setting.


4. Corretto/sbagliato

È corretto fare in questo modo? Non è sbagliato fare in quest’altro? Io penso sia corretto comportarsi così/comportarsi diversamente…


Domanda imparentata con la precedente.


Intendiamoci, è utilissimo pensare in questi termini in riferimento a tecniche e modelli, ma quando si parla di comportamenti e relazioni fra esseri umani allora siamo nel campo della relatività e dei risultati desiderati.


Esportare il modello tecnocratico nelle relazioni non aiuta molto, mentre favorisce la rigidità e le barriere fra le persone.


Anche qui, quali risultati desideriamo precisamente? E quali sono i passi per raggiungerli?


5. In che modo posso avere successo? In che modo posso evitare il fallimento?

Sempre parente delle domande precedenti, i concetti di successo e fallimento sono assolutamente tossici per la motivazione.


Nel coaching non esiste il fallimento, ma solo la distanza dal risultato desiderato.


Esempi di domande utili, invece, sono:

  • quanto mi sono avvicinato al risultato?

  • dove mi trovo rispetto al risultato?

  • cosa ho appreso da questa esperienza?

  • cosa posso cambiare al prossimo tentativo?

  • su cosa mi è utile concentrarmi?


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In sintesi, a volte i nostri pensieri hanno l’unica finalità di preparare un atterraggio morbido in caso di caduta. Sono quei pensieri che rappresentano un “buttare le braccia avanti”. Sono le domande smonta-motivazione e pertanto da un lato hanno una finalità protettiva nei confronti della delusione, dall’altro hanno un aspetto tossico.


Come trasformare un pensiero tossico pensiero utile?


Basta trasformare la domanda in una domanda che ci può aiutare a sostenere la motivazione e a farci fare un passo in avanti in direzione del risultato desiderato.


Invece, per un coach è più semplice.


Se la domanda è una domanda che da coach non faresti mai al tuo cliente in sessione perché non apporta nulla alla sua consapevolezza, ma è invece ha un impatto deleterio per la motivazione... allora vuol dire che è una domanda tossica.

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