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Il coaching per il benessere aziendale: come funziona e cosa produce

Aggiornamento: 9 mag


Un coach con in mano un megafono incita un manager a saltare l'asticella
Il coaching incrementa l'autoefficacia

Cosa intendiamo davvero per benessere organizzativo


Il benessere aziendale è diventato uno dei temi più citati nelle conversazioni HR degli ultimi anni. Ma spesso lo si riduce a benefit aziendali, palestre convenzionate, smart working o piattaforme di ascolto psicologico. Queste cose hanno valore, ma non sono il cuore del problema.


Il benessere organizzativo reale si misura in modo diverso: quanto le persone riescono a esprimere le proprie competenze nel lavoro quotidiano? Quanto si sentono riconosciute per i loro contributi? Quanto il contesto in cui operano supporta, anziché ostacolare, i loro obiettivi? Quanto possono permettersi di dire la verità al proprio capo senza temere conseguenze?


Questi non sono indicatori soft. Sono fattori che incidono direttamente sulla produttività, sulla retention, sull'innovazione e sulla qualità del servizio al cliente. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, lo stress da lavoro correlato costa alle imprese europee oltre 617 miliardi di euro l'anno (tra assenteismo, presenteismo, turnover e costi sanitari). Non è un problema di carattere individuale: è un problema sistemico che nasce dalla qualità delle relazioni e dei processi organizzativi.


Come il coaching agisce sul benessere: i due livelli di intervento


Nell'intervista rilasciata a WeWelfare ho indicato due livelli in cui il coaching può intervenire concretamente sul benessere organizzativo. Vale la pena approfondirli.


Il livello individuale (executive e management)


Un manager che non sa gestire le proprie emozioni sotto pressione, che evita le conversazioni difficili, che non riesce a delegare per mancanza di fiducia nel team, che prende decisioni guidato dall'ansia anziché dalla lucidità: tutto questo produce effetti a cascata su chi lavora con lui.


Il coaching a livello executive non è un lusso per chi ha "problemi". È uno strumento di sviluppo per chi vuole essere più efficace nel ruolo più delicato all'interno di un'organizzazione: quello di chi guida le persone. Lavorare sull'autoconsapevolezza, sulla regolazione emotiva, sulla qualità delle conversazioni difficili e sulla capacità di fornire feedback costruttivi (invece di evitarli o erogarli in modo distruttivo) ha un impatto diretto e misurabile sul benessere delle persone che quel manager coordina.


Ho visto percorsi di coaching individuale con manager che, nel giro di sei mesi, hanno trasformato radicalmente il clima del loro team: non attraverso cambiamenti strutturali, ma grazie a una qualità diversa della relazione quotidiana.


Il livello collettivo (team coaching)


Il secondo livello è quello del team. Le disfunzioni relazionali all'interno di un gruppo di lavoro (conflitti non gestiti, comunicazione difensiva, assenza di fiducia psicologica, decisioni prese senza reale coinvolgimento) sono tra le principali fonti di disagio lavorativo.

Il team coaching interviene su questi pattern collettivi. Non attraverso la formazione (che trasmette conoscenze ma non cambia comportamenti) né attraverso la consulenza (che offre soluzioni esterne), ma attraverso un processo di riflessione condivisa in cui il team stesso sviluppa la consapevolezza delle proprie dinamiche e la capacità di cambiarle.


Il risultato non è solo una migliore performance: è un contesto di lavoro in cui le persone si sentono più sicure, più coinvolte e più capaci di contribuire al loro meglio.


Coaching e inclusione: un aspetto spesso trascurato


Nell'intervista ho anche toccato il tema dell'inclusione, che nel contesto del benessere organizzativo è più rilevante di quanto spesso si pensi.


L'esclusione (percepita o reale) è una delle esperienze più stressanti che un essere umano possa vivere in un contesto lavorativo. Quando le persone sentono che la loro prospettiva non viene ascoltata, che la loro presenza non viene valorizzata, che le regole del gioco non sono uguali per tutti, il disagio che ne deriva non è "emotivo" nel senso riduttivo del termine: è fisiologico. Il cervello registra l'esclusione sociale con gli stessi circuiti neurali che elaborano il dolore fisico (un dato ben documentato dalla neuroscienza affettiva).


Il coaching contribuisce all'inclusione su due fronti. Con i leader, lavora sulla consapevolezza dei bias impliciti e sulla qualità delle pratiche di ascolto e di coinvolgimento. Con i team, crea spazi in cui le diverse prospettive vengano esplorate come risorse, invece di essere soppresse per mantenere una falsa armonia.


Un'organizzazione più inclusiva non è solo più giusta: è più resiliente, più creativa e più capace di attrarre e trattenere talenti.


I dati sul benessere organizzativo in Italia


Alcuni numeri aiutano a dare la giusta dimensione al problema.


Secondo l'indagine Mindwork-BVA Doxa citata in più occasioni, quasi l'85% delle persone intervistate considera il proprio benessere psicologico generale strettamente correlato al benessere sul lavoro. Non sono realtà separate: si alimentano reciprocamente.


Secondo gli ultimi dati disponibili dell'Istituto Nazionale per l'Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP), oltre il 40% dei lavoratori italiani dichiara di sperimentare frequentemente livelli di stress elevati nel proprio contesto lavorativo. Una persona su tre ha dichiarato di essersi assentata dal lavoro almeno una volta per ragioni legate al malessere emotivo.


E mentre i programmi di welfare aziendale si moltiplicano, il 42% dei lavoratori li considera inefficaci rispetto alle proprie esigenze reali. Il divario tra ciò che le aziende ritengono di offrire e ciò che le persone percepiscono come utile è ancora molto ampio.


Il coaching non risolve tutto questo. Ma quando è integrato in una strategia coerente di sviluppo organizzativo, contribuisce in modo specifico e misurabile a creare le condizioni per un lavoro migliore.


Quanto dura un intervento di coaching per il benessere aziendale?


Nell'intervista ho indicato tempi precisi, che vale la pena riprendere qui perché sono spesso fraintesi.


Un percorso di coaching individuale per un manager si struttura tipicamente in sei-dodici sessioni, distribuite nell'arco di tre-sei mesi, con una frequenza di due sessioni al mese.

Ogni sessione dura tra i 45 e i 90 minuti.


Un percorso di team coaching prevede sessioni più lunghe (da due a quattro ore) con una frequenza mensile o bimestrale, nell'arco di quattro-sei mesi.


Questi non sono tempi lunghi rispetto all'entità del cambiamento che si intende produrre. Sono tempi brevi. I sistemi umani cambiano lentamente, e chi promette trasformazioni radicali in poche settimane sta vendendo qualcosa che il coaching non è.


L'obiettivo realistico di un percorso di coaching non è "risolvere il problema del benessere in azienda". È costruire competenze e consapevolezza che continuano a produrre effetti ben oltre la fine del percorso. Un manager che ha imparato a gestire conversazioni difficili in modo costruttivo continuerà a farlo anche senza il coach. Un team che ha sviluppato la capacità di gestire i conflitti internamente non dipenderà da un facilitatore esterno per ogni riunione tesa.


Questo è l'investimento che ha senso fare. Non un intervento spot, ma un processo che costruisce capacità autonome.


Cosa chiedere prima di avviare un percorso di coaching per il benessere aziendale


Se sei un HR manager, un direttore generale o un imprenditore che sta valutando il coaching come strumento di benessere organizzativo, alcune domande ti aiuteranno a fare scelte più consapevoli.


Il coach ha esperienza specifica in contesti organizzativi simili al tuo? Il coaching per il benessere aziendale richiede una profonda comprensione delle dinamiche organizzative. Non basta la formazione in coaching individuale.


Le credenziali sono verificabili? Le credenziali ICF (ACC, PCC, MCC) sono standard internazionali verificabili pubblicamente. Un coach con la credenziale PCC ha dimostrato competenza in almeno 500 ore di pratica supervisionata e ha superato una valutazione delle competenze. Questo non garantisce il risultato, ma riduce il rischio.


Il coach propone una fase di contracting chiara? Prima di iniziare qualsiasi percorso, dovrebbe esserci una conversazione approfondita su obiettivi, metodi, criteri di successo e confini dell'intervento. Un coach che salta questa fase non sta lavorando professionalmente.


Come si misureranno i risultati? Il benessere non è facile da misurare, ma non è impossibile. Engagement survey prima e dopo, indicatori di turnover, qualità delle riunioni, frequenza dei conflitti escalati: sono tutti dati che consentono di valutare l'efficacia di un intervento nel tempo.


Domande frequenti


Il coaching per il benessere aziendale è diverso dal supporto psicologico in azienda?

Sì, sono strumenti diversi con scopi diversi. Il supporto psicologico (counseling, psicoterapia breve) interviene in situazioni di disagio individuale già manifesto. Il coaching si concentra sullo sviluppo delle competenze e sul miglioramento delle performance delle persone che funzionano bene e vogliono funzionare ancora meglio. I due strumenti possono coesistere in un programma integrato di benessere organizzativo, ma non sono intercambiabili.


Le piccole aziende e le PMI possono beneficiare del coaching per il benessere?

Assolutamente sì. Anzi, nelle piccole organizzazioni l'impatto del coaching su una persona chiave (un titolare, un responsabile) è spesso ancora più visibile perché la catena di influenza è più corta. Un titolare che lavora su se stesso cambia l'intera cultura dell'azienda in modo più diretto di quanto possa fare in una multinazionale.


Il coaching può essere inserito nei piani di welfare aziendale?

Sì. In Italia il coaching aziendale può essere incluso nei piani di welfare integrativo con trattamento fiscale agevolato, se strutturato come servizio di formazione e sviluppo professionale. Vale la pena verificare con il proprio consulente fiscale le condizioni specifiche.


Come si distingue un buon coaching per il benessere da uno che non funziona?

Un buon percorso produce cambiamenti osservabili nel comportamento, non solo nelle dichiarazioni. Il coachee non dovrebbe uscire dalle sessioni con sensazioni piacevoli ma vaghe: dovrebbe uscire con chiarezza su ciò che farà diversamente e con gli strumenti per farlo. Se dopo tre mesi di sessioni non c'è nulla di concreto che sia cambiato nel modo in cui la persona lavora, allora qualcosa non sta funzionando.


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Fabrizio Quintili:          

 

Email: fqpsycoach@gmail.com

Studio: Via Longino Caio Cassio, 5 - Roma (a 10 minuti a piedi dalla fermata metro Numidio Quadrato) - presso lo studio CambiaMENTI

 

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