top of page

Il coaching incrementa l'AUTOSTIMA o l'AUTOEFFICACIA?

Aggiornamento: 15 ore fa


Donna che guarda lontano; la sua ombra è Wonder Woman

Sono timido e quindi non mi butto? O non mi butto e quindi mi percepisco come timido?

Ho paura di fallire e quindi non mi metto in gioco? O non mi metto in gioco e quindi mi percepisco come pauroso?

Sono domande, al netto di Marzullo... non banali.


Già Seneca affermava “Molte cose, non è perché sono difficili che non osiamo farle, ma perché non osiamo farle che sono difficili.


La domanda che spesso mi capita di fare quando un coachee afferma "mi sento male all’idea di fare questa azione” è “che cosa ti dice con certezza assoluta che questo ti impedisce di farla?”.


Il concetto di autostima è ormai entrato nel linguaggio comune e quando se ne parla tutti sembrano saperne esattamente il significato. Generalmente il termine è associato alla sensazione di sentirsi sicuri di sé. E vicino a questa interpretazione ce n'è un'altra: chi prova questa sensazione ce l'ha perennemente.


In realtà l'autostima è un concetto più articolato.

Ad esempio questa sensazione di sicurezza di sé possiamo provarla in relazione a qualche risultato importante per noi, come riuscire a fare qualcosa superando delle difficoltà. Solamente che questa sensazione, quando legata ad un risultato, permane per un periodo breve e ha bisogno di essere alimentata con nuovi risultati.


Poi c'è un livello più profondo, il livello legato al valore di sé indipendentemente dai risultati. Questa sì, è una sensazione di base che è complesso costruire se manca, ma che ha una permanenza perenne e alti e bassi contenuti. Questo è il livello che come esseri umani inseguiamo, spesso confondendolo o sovrapponendolo all'altro legato ai risultati e fantasticando che sì... se raggiungessimo quel risultato allora proveremmo autostima perenne...


L'Autoefficacia, invece, è la fiducia che abbiamo in noi stessi di poter affrontare un compito.

Anche qui, spesso quando parliamo di autostima in realtà intendiamo autoefficacia.


Ad esempio un cliente può dire "ho timore di non farcela... non mi fido mai delle mie capacità... ho un'autostima bassa...". In realtà quando citiamo il timore di non farcela o la sicurezza di farcela in relazione a un risultato, non stiamo parlando di autostima, ma di autoefficacia.


Ecco cosa dice Albert Bandura, il padre del concetto di autoefficacia, a proposito della differenza tra i due concetti:


I concetti di autostima e autoefficacia vengono spesso usati intercambiabilmente, come se rappresentassero lo stesso fenomeno. In realtà, si riferiscono a cose completamente diverse. Il senso di autoefficacia riguarda giudizi di capacità personale, mentre l’autostima riguarda giudizi di valore personale. Non c’è una relazione definita fra le convinzioni circa le proprie capacità e il fatto di piacersi o non piacersi” (Bandura, A., 2000, “Autoefficacia. Teoria e applicazioni”, ed. Erickson, p. 33).


Su questa biforcazione nasce, a mio parere, una delle differenze più marcate tra psicoterapia e coaching. L’autostima profonda è territorio di intervento della psicoterapia. L’autoefficacia del coaching.

E sono territori che si sovrappongono solo in parte.


Uso un esempio classico: la paura di parlare in pubblico "per timidezza". Facciamo l’esempio che mi sia stato chiesto di parlare ad un TED TALK.

Ammettiamo, anche, che la timidezza sia ciò che mi impedisce di stare bene con me stesso e con gli altri.


A questo punto, la domanda è: risolvere la timidezza garantisce il successo del mio intervento alla convention? E’ questo il problema?

In linea teorica no, perché non c’è una correlazione diretta tra il mantenere la calma di fronte ad un pubblico e il parlare in pubblico con efficacia. Per parlare in pubblico con efficacia servono altre competenze: coinvolgere l’uditorio, argomentare, essere espressivi, essere chiari nell’esposizione, essere sintetici, ecc.


E quindi, ho bisogno di un coach o di uno psicoterapeuta?

Se il risultato che cerco è l'efficacia, riuscire a fare una buona performance, raggiungere un risultato specifico (nonostante la timidezza o altre inclinazioni) allora ho bisogno di coaching.


Quanti oratori provano un livello variabile di timidezza? Tanti artisti di successo la dichiarano apertamente.


Quando, invece, è una questione psicoterapeutica? Quando il desiderio prevalente è risolvere proprio la timidezza perché veramente bloccante per me (ad esempio il timore di parlare in pubblico diventa panico e mi paralizza).


Ma quando i livelli dei sentimenti e delle emozioni sono gestibili e ci permettono di muoverci nel mondo, di decidere se buttarci o meno, allora il coaching ci può aiutare a raggiungere i risultati in cui abbiamo bisogno di incrementare la nostra percezione di autoefficacia per farcela.


Perché la distinzione tra autostima e autoefficacia è cruciale


Prima di capire su cosa lavora il coaching, vale la pena chiarire la differenza tra i due concetti, che spesso vengono usati in modo intercambiabile ma non sono affatto sinonimi.


L'autostima è il giudizio globale che una persona ha del proprio valore come essere umano. È una valutazione relativamente stabile e pervasiva: "sono una persona di valore" o "non sono abbastanza". Tende a colorare l'intera esperienza soggettiva indipendentemente dal contesto specifico.


L'autoefficacia, un concetto sviluppato dallo psicologo Albert Bandura negli anni Settanta, è qualcosa di più preciso e contestuale: è la convinzione di essere capaci di eseguire con successo un compito specifico in una situazione specifica. Non è "sono bravo in generale", ma "sono capace di fare questa cosa in questo contesto."

Questa distinzione ha implicazioni pratiche enormi per il coaching.


Il problema con l'autostima come obiettivo di coaching


Aumentare l'autostima sembra un obiettivo ragionevole. In realtà, la ricerca degli ultimi vent'anni ha prodotto risultati sorprendenti e controintuitivi su questo tema.


I programmi orientati all'aumento dell'autostima producono spesso risultati modesti o addirittura controproducenti. Roy Baumeister, uno degli psicologi sociali più autorevoli nel campo, ha analizzato decenni di ricerche e ha concluso che l'alta autostima di per sé non predice il successo professionale, la qualità delle relazioni o la resilienza. In alcuni casi, l'enfasi eccessiva sull'autostima produce narcisismo, fragilità di fronte alle critiche e ridotta motivazione al miglioramento.


Il problema fondamentale con l'autostima come target è che è un costrutto globale e decontestualizzato. Non si "lavora sull'autostima" come si lavora su un muscolo specifico.


L'autostima è la risultante di mille esperienze, relazioni, successi e fallimenti accumulati nel tempo. Puntarla direttamente raramente funziona.


Perché il coaching lavora sull'autoefficacia


L'autoefficacia è un target molto più gestibile e produttivo per il coaching, per tre ragioni fondamentali.


È specifica e misurabile

Invece di lavorare su "essere più sicuri di sé" in senso generale, il coaching lavora su "essere capaci di condurre una riunione difficile" o "essere capaci di dare feedback costruttivo al proprio team" o "essere capaci di parlare in pubblico senza che l'ansia comprometta la performance."


Questa specificità rende possibile identificare il problema con precisione, costruire un piano di lavoro concreto, e misurare i progressi in modo obiettivo.


Si sviluppa attraverso l'esperienza diretta

Bandura ha identificato quattro fonti di autoefficacia, in ordine di efficacia. La più potente è l'esperienza diretta di successo: avere effettivamente eseguito il compito con successo.


Quando un cliente di coaching riesce a fare qualcosa che prima non riusciva (dare quel feedback difficile, condurre quella conversazione, prendere quella decisione), l'autoefficacia in quell'area specifica cresce in modo reale e duraturo.


Il coaching crea le condizioni per queste esperienze di successo: aiuta a identificare obiettivi raggiungibili, a costruire piani d'azione concreti, e a fare una sessione di debriefing dopo ogni tentativo che trasforma l'esperienza (positiva o negativa) in apprendimento.


Ha un effetto a cascata sull'autostima

Paradossalmente, lavorare sull'autoefficacia produce spesso miglioramenti nell'autostima. Quando una persona riesce a fare cose che prima non riusciva, il giudizio globale su se stessa tende naturalmente a migliorare. Ma questo effetto arriva come conseguenza del lavoro concreto, non come obiettivo diretto.


È esattamente l'inverso di quello che molti si aspettano: non si lavora sull'autostima per poter fare meglio le cose, ma si fa meglio le cose per sviluppare una stima di sé più solida e fondata sull'esperienza reale.


Come il coaching costruisce l'autoefficacia in pratica


Il percorso tipico di un lavoro di coaching orientato all'autoefficacia segue alcune fasi riconoscibili.


La prima è l'identificazione del dominio specifico. In quale area il cliente si sente meno capace? Non "in generale", ma in quale situazione specifica, con quali persone, in quale contesto? Più la risposta è precisa, più il lavoro può essere efficace.


La seconda è l'analisi delle convinzioni limitanti. Quali pensieri automatici accompagnano quella situazione? "Non sono abbastanza preparato", "gli altri sono più bravi di me", "se sbaglio perdo credibilità"? Queste convinzioni non sono fatti: sono interpretazioni che il coaching aiuta a verificare e, quando necessario, a ristrutturare.


La terza è la costruzione di esperienze di successo graduated. Il coach aiuta il cliente a progettare una sequenza di sfide progressivamente più difficili, ciascuna delle quali produce un'esperienza di successo che consolida l'autoefficacia. Non si inizia dall'obiettivo finale: si inizia da dove il cliente riesce, e si costruisce da lì.


La quarta è il debriefing sistematico. Dopo ogni tentativo, in sessione o attraverso riflessione guidata, il coach aiuta il cliente a estrarre l'apprendimento: cosa ha funzionato, cosa farei diversamente, quale risorsa ho scoperto di avere.


Autoefficacia e performance: cosa dice la ricerca


Le evidenze sull'autoefficacia come predittore di performance sono tra le più robuste in psicologia applicata. Una meta-analisi condotta da Stajkovic e Luthans (1998) su 114 studi ha trovato una correlazione del 38% tra autoefficacia e performance lavorativa, un'associazione molto più forte di quella trovata con il goal setting tradizionale.


Una ricerca specifica sul coaching esecutivo ha mostrato che i partecipanti a percorsi di coaching individuale riportano miglioramenti significativi nell'autoefficacia dopo sei-otto sessioni, con effetti che si mantengono nel tempo anche dopo la fine del percorso. Questo suggerisce che il coaching non crea dipendenza, ma costruisce capacità autonoma.


Un chiarimento importante: quando l'autostima bassa richiede un altro tipo di supporto


Il coaching è appropriato per lavorare sull'autoefficacia e, indirettamente, sull'autostima in persone che funzionano bene e vogliono migliorare specifiche aree della loro vita professionale.


Quando la bassa autostima è parte di un quadro clinico più ampio (depressione, disturbi d'ansia significativi, sequele di esperienze traumatiche), il coaching non è lo strumento appropriato. Il confine tra la normale difficoltà di autovalutazione e il disturbo clinico non è sempre immediato, ma alcuni segnali sono chiari: pensieri persistenti di inutilità o di inferiorità, impatto significativo sul funzionamento quotidiano, presenza di sintomi fisici correlati allo stress emotivo cronico.


In questi casi, la scelta professionalmente corretta è indirizzare la persona verso un contesto clinico appropriato: psicoterapia, supporto psichiatrico se necessario, e solo eventualmente coaching come complemento a un trattamento già avviato.


Domande frequenti


Posso avere alta autoefficacia e bassa autostima?

Sì, è possibile e non raro. Una persona può essere molto competente e sicura in ambito professionale (alta autoefficacia specifica) e allo stesso tempo avere un giudizio globale negativo di se stessa (bassa autostima). Il coaching può lavorare sul primo; il secondo, quando è significativamente compromesso, richiede spesso un lavoro più profondo in contesto clinico.


Il coaching può aiutare con la sindrome dell'impostore?

La sindrome dell'impostore (la convinzione di non meritare i propri successi e il timore di essere "scoperti") è strettamente connessa all'autoefficacia. Il coaching può essere molto utile per lavorarci: aiuta a sviluppare un rapporto più realistico con le proprie competenze, a riconoscere i contributi effettivi e a costruire una narrazione di sé basata sull'esperienza reale anziché sulle distorsioni cognitive.


Come si misura l'autoefficacia in un percorso di coaching?

Esistono scale standardizzate (come la General Self-Efficacy Scale di Schwarzer e Jerusalem) che consentono una misurazione quantitativa. Più spesso, nel coaching si usano strumenti informali: il cliente valuta la propria fiducia nel riuscire a fare X su una scala da 0 a 10 all'inizio del percorso e poi periodicamente. Questo non è solo una misurazione: il semplice atto di quantificare la fiducia stimola la riflessione e aumenta la consapevolezza.

Commenti


contatti

Fabrizio Quintili:          

 

Email: fqpsycoach@gmail.com

Studio: Via Longino Caio Cassio, 5 - Roma (a 10 minuti a piedi dalla fermata metro Numidio Quadrato) - presso lo studio CambiaMENTI

 

Pagina LinkedIn

  • LinkedIn Icona sociale

Ti ricontatterò al più presto, grazie!

© 2021 by Fabrizio Quintili

bottom of page