Coaching, counseling e abuso della professione psicologica

Aggiornamento: 9 dic 2021


È di pochi giorni fa la notizia che il Ministero della Salute ha bloccato l’elaborazione della norma Uni 1605227, finalizzata a certificare la figura del counselor.


Credo che i temi sottesi alla questione interessino anche il mondo del coaching. Vediamoli.


In generale l’argomento è complesso e molto delicato. In gioco c’è anzitutto la salute e il benessere delle persone.

Ed è proprio da qui che è d’obbligo partire per approfondire.


Esiste una casistica di counselor (e forse anche di coach?) che compiono, immagino inconsapevolmente, quello che la legge definisce abuso della professione psicologica/psicoterapeutica.


L’abuso della professione consiste nel prendere in carico clienti che chiedono aiuto per situazioni per le quali il counselor o il coach non hanno competenze e strumenti per fornirlo. La risposta più competente in questi casi, invece, è invitare il cliente a chiedere una consulenza psicologica.


Specifico che questa indicazione è di sicuro contenuta nel Codice Etico ICF, punto 17 (codice che conosco perché sono associato), ma immagino lo sia anche per le altre principali associazioni.


L’abuso della professione psicologica è molto grave e bisogna trovare il modo di evitarlo.

Perché grave? Perché stiamo parlando di persone in grande difficoltà, in una posizione di forte debolezza psicologica, che rischiano di aggravare la propria situazione se il professionista che hanno di fronte non è in grado di aiutarle.


Le due inchieste del giornalista Luca Bertazzoni illustrano bene queste possibilità (prima inchiesta e seconda inchiesta).


Queste inchieste, a mio avviso, al di là dell’evidenziare i rischi che il business della formazione crea, hanno anche il pregio di mettere l’accento su due questioni veramente cruciali anche nel coaching:

- quali sono le specificità tecniche, le conoscenze e le differenze tra le professioni di psicologo, psicoterapeuta, counselor e coach?

- quali sono le richieste specifiche cui può rispondere solo una di queste professioni e non le altre?


Finché questo nodo non viene sciolto teoricamente, metodologicamente e attraverso la ricerca evidenced-based, a mio parere la legge a tutela della professione psicologica è l’unico modo per arginare questo fenomeno.


Ma vorrei proporre di fare un passo in avanti nel dibattito.


Quali sono i fattori che realmente garantiscono che l’interesse dei clienti sia tutelato?

Penso a questi fattori:

1. ricerca scientifica a sostegno della prassi

2. modello delle competenze alla base della prassi professionale

3. formazione efficace dei professionisti sulla prassi

4. verifica della formazione efficace e severa dei professionisti

5. conoscenza dei confini della propria disciplina e dei concetti e del modello delle competenze delle altre

6. supervisione finalizzata all’acquisizione di conoscenza e padronanza di sé nella relazione professionale

7. azioni a tutela della professione.


Tutti i punti sono assolutamente fondamentali, ma ce ne è uno particolarmente trascurato e che secondo me è fondamentale per limitare i casi di abuso della professione psicologica: è il punto 5, “conoscenza dei confini della propria disciplina e dei concetti e del modello delle competenze delle discipline limitrofe”.


Premessa: non è mia abitudine parlare di cose che non conosco. Per questo mi sento di esprimermi in merito. Sono psicologo laureato in psicologia clinica, ho conosciuto vari approcci psicoterapeutici come paziente, ho studiato coaching, lavoro come coach, insegno coaching, frequento la comunità di Coaching Psychology ISCP (alla quale sono iscritto) e la comunità di coach ICF (alla quale sono iscritto), usufruisco di percorsi di mentoring e supervisione nel coaching, mi sono documentato sul counseling (che non conoscevo) leggendo “Il colloquio di counseling. Tecniche di intervento nella relazione di aiuto”, di Vincenzo Calvo (Il Mulino, 2007).


Sulla base di questo mi sento di dire la mia.


Io credo che il punto 5 vada curato approfonditamente nei percorsi formativi delle professioni regolamentate dalla legge 4/2013, come il coaching.

A mio avviso non bastano le poche indicazioni che vengono velocemente condivise nei Master. C’è bisogno di una formazione attenta, approfondita e pratica (analisi di casi). Perché credo sia impossibile affermare di non fare una cosa senza conoscerla (il mantra che sento spesso è “noi coach/counselor non facciamo psicologia/psicoterapia”).


Nel Master che coordino e in cui insegno da 5 edizioni, ho inserito un modulo in cui mi occupo di questo tema con il supporto di una docente psicoterapeuta. Un tema che mi sta molto a cuore e che credo sia veramente importante per permettere ai futuri professionisti di identificare le situazioni in cui il coaching non è di aiuto (vedi il mio precedente articolo su differenze tra coaching e psicoterapia).






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