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Motivazione: trasformare i pensieri tossici in domande utili

Aggiornamento: 17 set 2023


Persona che sta affogando

A volte i nostri pensieri hanno l’unica finalità di preparare un atterraggio morbido in caso di caduta.


Sono quei pensieri che rappresentano un “buttare le braccia in avanti”. Sono le domande autosabotanti, quelle che ci mandano giù, quelle “smonta motivazione”.


Se da un lato hanno un aspetto protettivo nei confronti del disagio, della frustrazione o del dolore, dall’altro hanno un aspetto “tossico” (assai limitante) per la nostra vitalità e voglia di fare.


Premetto, il termine “tossico” accostato a questa tipologia di pensieri non ha nessuna pretesa scientifica e non lo troverete in nessun libro di coaching. Lo uso qui per chiarezza, solo per indicare qualcosa che ci fa male. Un termine chiaramente evocativo, direi.


In questo articolo prendo in esame 5 pensieri tossici che corrispondono ad altrettanti concetti che, se usati inconsapevolmente (come quasi sempre facciamo), portano dritti dritti all'autosabotaggio.


Ma come trasformare un pensiero tossico in pensiero utile?


Ecco qualche esempio.


Le domande della serie “ce la farò a…”, “ho i numeri per…”, “ho abbastanza capacità per…”

Nella mia esperienza di docente di coaching sento spesso gli allievi porre questa domanda: “Ce la farò a diventare un coach professionista?”.


Questa domanda presuppone che il talento sia l'unico indicatore predittivo della riuscita.


Per rispondere a questa domanda, posta in questi termini, ci vorrebbe un veggente.


Quando si pensa in questi termini il pensiero è focalizzato sul risultato finale (che io chiamo vision per intenderci).


La vision è una bozza (appunto un’immagine) di un risultato finale desiderato che in realtà è lo step finale di tanti piccoli passi precedenti. Diventare coach, ad esempio, è una vision, un progetto ampio e lungo che comporta numerosi sotto obiettivi sui quali sarebbe più utile concentrarsi.


Insomma, per arrivare a qualche cosa di più grande bisogna macinare passi. Uno o più passi piccoli, quelli alla propria portata, realistici e realizzabili in un tempo dato e con le risorse date.


Non ha molto senso, quindi, porsi questa domanda perché svia il focus dai prossimi passi al risultato finale che di per sé sempre troppo sfidante se preso così come ce l’abbiamo in mente.


Esempi di domande più utili sono:

  • qual è il prossimo passo da compiere per avvicinarmi all’obiettivo?

  • cosa mi può aiutare a fare un passo in avanti?

  • cosa mi serve per fare un passo in avanti?

  • chi mi può aiutare a fare un passo in avanti?

  • cosa mi serve risolvere per fare un passo in avanti?


Le domande della serie “è giusto o sbagliato fare così?”

Spesso sento i coachee chiedere “È giusto dare questo feedback ai miei collaboratori?”, oppure “È giusto fare così o sono io che sbaglio?”.


Questa domanda presuppone che giusto-sbagliato siano oggetti del reale come lo sono la pietra o l'acqua e non categorie create dalla mente.


“Giusto o sbagliato” sono categorie del pensiero che apprendiamo fin da piccoli. Sono categorie del pensiero che hanno il vantaggio di essere rassicuranti (se qualcuno concorda che siamo nel giusto) o di porci in una posizione difensiva se una persona ci fa notare che (secondo lei) siamo nello sbagliato.


Se siamo nel giusto possiamo placidamente rimanere nella nostra zona di comfort, se siamo nello sbagliato dobbiamo fare qualche operazione per sbarrare la porta d’uscita... della nostra zona di comfort (leggi ci proteggiamo, ci ritiriamo, evitiamo di riprovarci).


In realtà sono categorie della filosofia morale che non sono utili né per la motivazione e tantomeno per il cambiamento.


Ma giusto o sbagliato rispetto a cosa? Utilizzare queste categorie porta dritto dritto al giudizio, che non fa bene né a noi, né agli altri.


Esempi di domande più utili sono:

  • qual è il risultato che voglio raggiungere?

  • quali benefici voglio ottenere?

  • quali effetti negativi sono disposto a tollerare?

  • quali sono i benefici per gli altri?


Le domande della serie "Qual è il modo migliore per…?"

Questa domanda presuppone che esista il modo migliore in assoluto.


Nel mondo reale non esiste "la cosa migliore assoluto”.


Anzi, nel mondo reale non esistono proprio le parole assolute (o semplicemente non rappresentano la realtà delle cose). Non esiste nella realtà un corrispettivo delle parole sempre, mai, tutto, niente, perfezione, ecc., per intenderci (esempi di parole assolute).


Questo concetto è ben espresso dal simbolo del Tao (Yin e Yang).


Ogni cosa è circostanziata e utile o inutile per persone, obiettivi, tempi e contesti diversi e perennemente mutabili (e chiedo scusa al lettore se ho condensato in due righe, maldestramente, temi profondamente filosofici).


Aristotele per secoli è stato considerato il punto più alto del sapere. Era il sapere “migliore” del suo tempo e di qualche secolo a venire, per esempio.


L’idea che esista una tecnica, un metodo, una conoscenza “migliore” che noi non abbiamo è talvolta vera (quando non conosciamo abbastanza di un certo ambito), ma talvolta profondamente inibente qualsiasi slancio.


L’idea che esista qualcosa di migliore a prescindere da noi, che sta là, che va solo scoperto o acquisito spesso ci protegge dal tentare, ritentare, dalle sensazioni spiacevoli legate a quello che consideriamo un fallimento e al contempo, invece, ci permette di procrastinare .


È, in definitiva, il modo migliore per svalutare tutte le risorse che già abbiamo e che già stiamo utilizzando in quella situazione.


Nella maggior parte delle situazioni, infatti, non è vero che “sbagliamo tutto” o che non “sappiamo come fare”. Invece, stiamo già facendo tanto e bene, ma spesso le cose buone che già facciamo non le prendiamo in considerazione come punto dal quale partire per modificare la situazione. Più spesso il nostro sguardo si posa sulle cose che non sappiamo fare o che facciamo male.


Esempi di domande più utili sono:

  • che cosa già so fare in questa situazione?

  • che cosa già funziona?

  • come posso migliorare quello che già funziona?

  • che cosa posso fare di diverso?

  • quali sono le piccole azioni che posso iniziare a fare da subito?


Le domande della serie "In che modo posso avere successo? In che modo posso evitare il fallimento?"

Successo-fallimento possono anch'esse diventare ben presto categorie morali come giusto-sbagliato, bene-male, meglio-peggio, eccetera.


In realtà dovrebbero avere un significato funzionale: successo va trasformato in “quanto mi sono avvicinato all'obiettivo?”.


Ma anche insuccesso/fallimento, a maggior ragione, va trasformato alla stessa maniera in “quanto mi sono avvicinato al mio obiettivo?”.


Usare la parola "avvicinato", infatti, piuttosto che "allontanato", può fare la differenza in termini motivazionali e di focalizzazione.


Non è nient’altro che quello che in psicologia dello sport si definisce "self-talk", ossia il modo di parlare a se stessi (il nostro dialogo interiore). Se uso la parola “avvicinato” sto dicendo che sono motivato a raggiungere il centro del bersaglio e che riproverò.


Se uso “allontanato” sto già misurando il livello del mio “fallimento”. E se io mi dico che la mia performance è stata un fallimento la mia mente e la mia pancia (soprattutto) interpretano questo messaggio come “sono un fallito”.


Esempi di domande più utili sono:

  • da 1 a 10 quanto mi sono avvicinato all’obiettivo?

  • cosa posso fare diversamente nella mia performance per migliorare la mia valutazione di un 1 o 2 punti?

  • cosa ho fatto bene nella mia performance?

  • qual è il primo passo per mettere in atto le modifiche immaginate?

  • quale cosa nuova devo imparare a fare per compiere questo passo?

  • cosa devo cambiare del mio comportamento per mettere in atto la cosa nuova che devo fare?

  • quale convinzione nuova mi può sostenere?

  • quale convinzione limitante devo lasciare andare?


Le considerazioni della serie “Ma io non posso permettermi di…”

Questa domanda presuppone una particolare concezione del limite come qualcosa di definito da eventi esterni, piuttosto che dalla propria volontà.


Fermati un attimo a riflettere.


Quando immagini qualcosa che vuoi fare, un progetto, un risultato, ecc., ti trovi più spesso a pensare prima ai “motivi per NON fare” quella cosa o ai “motivi PER fare” quella cosa?


Beh, stando al bias della negatività, la maggior parte di noi ha la tendenza a pensare subito ai motivi per NON fare una cosa, anziché ai motivi per farla.


Questo perché prendiamo in grande considerazione i rischi, piuttosto che i vantaggi. E così, per proteggerci dai rischi, costruiamo dei limiti oltre i quali non andare. E poi ci costruiamo le motivazioni che li giustificano (non ho i soldi, non sono capace, non ho talento, non ho l’età, e tutti i “non ho” di cui siamo capaci).


E lungi da me il voler sponsorizzare la filosofia “limitless”. Non mi appartiene. I limiti esistono eccome. Ma sono più spesso ingigantiti, rigidi o immaginari che non reali.


E allora se ci fermiamo un momento ci rendiamo conto che nella maggior parte dei casi questo atteggiamento non ha motivo di esistere.


Non voglio dire che è utile vedere solo i vantaggi, no. Sto parlando dell’ordine in cui lo facciamo. Pensare prima agli svantaggi li ingigantisce e li rende più reali alla nostra mente. E questo è il motivo per cui è utile, invece, fare il contrario.


Esempi di domande più utili (da porsi per prime) sono:

  • quali sono i benefici per cui sarebbe vantaggioso per me fare questa cosa?

  • quali sono le opportunità che mi si aprirebbero se riuscissi a fare questa cosa?

  • quali sono le sensazioni/sentimenti/emozioni che potrei sperimentare nel fare questa cosa?

  • cosa posso fare per minimizzare i rischi e le ricadute negative?

  • cosa posso fare per massimizzarne i benefici?

  • quali sono i motivi per cui mi merito questo cambiamento?

  • di cosa potrei essere orgoglioso di me in questa nuova situazione?


E tu, quale domanda ti capita di porti più spesso?


Quando intercetti un pensiero "tossico", prova a porti queste domande e a sperimentare in che modo puoi cambiare la tua prospettiva e, di conseguenza, la motivazione a procedere verso i risultati che desideri realizzare.

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