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Percorso di coaching: le responsabilità del coach e del cliente

Aggiornamento: 9 mag



Un'insegna al neon che rappresenta la parola "change"
Un percorso di coaching funziona quando la partnership funziona.

In che modo coach e cliente collaborano per il successo del percorso? Cosa si intende esattamente per partnership coach-cliente? Quali sono le rispettive responsabilità? In questo articolo tutte le risposte sulle responsabilità del coach e del cliente.


Un percorso di coaching funziona quando la partnership funziona.

Quella tra coach e cliente è una partnership.


Partnership è una parola chiave. Un percorso di coaching funziona quando la partnership funziona. Ma cosa si intende per partnership cliente-coach? Con il termine partnership si intende che cliente e coach contribuiscono in maniera diversa ma sinergica al successo del percorso, ciascuno prendendosi le proprie responsabilità.


Il termine responsabilità per il cliente non dev’essere inteso come “obbligo persecutorio”, quanto come linee guida da monitorare e sulle quali riflettere nell’eventualità il cliente trovi difficoltà nel seguirle.


Le responsabilità del coach, invece, tanto più vengono interpretate alla lettera, tanto più il coach accompagna efficacemente il processo.


Ecco, nello specifico, le responsabilità di cui si sta parlando.


Le responsabilità del Coach:

- favorire, con il suo ascolto e la sua neutralità, un clima di fiducia in cui il cliente possa liberamente esprimersi;

- stimolare nel cliente una maggiore consapevolezza dei suoi obiettivi, delle sue potenzialità, dei suoi valori;

- comunicare in maniera diretta e semplice con il cliente, senza mai mancare di rispetto e di delicatezza; dare dei feedback sulla base di quanto osservato nel processo di coaching;

- aiutare il cliente ad allineare i suoi obiettivi in un piano concreto e operativo;

- fare in modo che le soluzioni e le strategie da seguire emergano dal cliente stesso;

- lasciare piena autonomia e responsabilità al cliente;

- sostenere il cliente incoraggiando la sua capacità di intraprendere le azioni decise;

- laddove necessario, segnalare l’esistenza di problemi o esigenze che il coaching non può risolvere, suggerendo al cliente di rivolgersi a professionisti più adeguati per tali bisogni (per es. psicoterapeuti, counselor, formatori, consulenti, ecc.).


Le responsabilità del cliente:

- impegnarsi con dedizione al raggiungimento del proprio obiettivo di coaching, che riconosce essere interamente affidato alla propria responsabilità;

- individuare e definire i passi che lo porteranno verso l’obiettivo e la loro effettiva esecuzione;

- prendere decisioni che rispettino l’equilibrio della sua vita e i suoi propri valori e i diritti o aspettative di terzi, sapendo che è lui l’unico responsabile delle sue decisioni;

- decidere quando terminare il percorso di coaching, anche se diversamente pattuito.


Perché la partnership è il cuore del coaching professionale

Il coaching non è un servizio che si eroga su un cliente passivo. È un processo che funziona solo quando entrambi i protagonisti, coach e cliente, portano qualcosa di preciso e deliberato al tavolo. La parola che meglio descrive questa relazione non è "consulenza", non è "formazione", non è nemmeno "supporto": è partnership.


Il Codice Etico ICF definisce il coaching come un processo di partnership finalizzato al raggiungimento degli obiettivi definiti dal cliente. Questa scelta lessicale non è casuale. Una partnership implica che nessuno dei due sia il detentore esclusivo della soluzione, che entrambi portino risorse proprie e che il risultato sia condiviso.


In pratica questo significa che il coach non è responsabile del risultato finale. Non può esserlo: le decisioni, le azioni, i cambiamenti appartengono al cliente. Il coach è responsabile della qualità del processo: delle domande che pone, del clima che crea, della struttura che mantiene. Il cliente è responsabile di quello che fa con quel processo.


Questa distinzione non è solo teorica. È la base che rende il coaching diverso dalla consulenza (dove l'esperto porta le soluzioni) e dalla formazione (dove l'esperto porta i contenuti).


Le responsabilità del coach: cosa il cliente ha diritto di aspettarsi

Un coach professionista porta al percorso una serie di impegni precisi, verificabili e garantiti dagli standard ICF.


Presenza piena e ascolto attivo

Il coach arriva a ogni sessione senza un'agenda preimpostata. Non ha un "pacchetto di soluzioni" pronto. Arriva con la capacità di stare pienamente presente a ciò che il cliente porta: senza giudizi, senza interpretazioni premature, senza la tentazione di risolvere prima di comprendere.


L'ascolto attivo nel coaching va ben oltre il sentire le parole. Include la lettura del tono, del ritmo, di ciò che non viene detto, delle emozioni che si percepiscono ma non si nominano. È una competenza tecnica che richiede anni di pratica e supervisione.


Domande potenti, non consigli

Il coach non consiglia. Questa è una delle caratteristiche più fraintese della professione. Quando un manager chiede "secondo te cosa dovrei fare?", un coach professionale non risponde con una raccomandazione. Risponde con una domanda che aiuta il cliente a trovare la propria risposta.


Perché? Perché una risposta del coach, per quanto autorevole, appartiene al coach. Una risposta che il cliente trova dentro di sé appartiene al cliente, e ha una probabilità molto più alta di essere implementata con convinzione e duratura nel tempo.


Riservatezza assoluta

Tutto quello che emerge in una sessione di coaching rimane tra coach e cliente. Il Codice Etico ICF è esplicito su questo punto: il coach non divulga informazioni riservate senza il consenso del cliente, con le sole eccezioni previste dalla legge (pericolo immediato per sé o per altri).


Nei percorsi di coaching aziendali (dove il committente è un'organizzazione e il cliente è un manager), la riservatezza diventa più articolata. Il coach può riferire al committente che il percorso sta procedendo, ma non il contenuto delle sessioni. Questa distinzione va definita chiaramente nel contracting iniziale.


Rispetto dell'autonomia del cliente

Il coach non impone obiettivi, non giudica le scelte del cliente, non spinge verso risultati che lui ritiene migliori. Anche quando il coach vede chiaramente che una certa direzione potrebbe essere più efficace, il rispetto dell'autonomia del cliente prevale. Il coaching lavora con la persona che c'è, non con la persona che il coach vorrebbe che ci fosse.


Continuità e preparazione

Il coach si presenta a ogni sessione con la memoria e la comprensione del percorso fatto. Rilegge i propri appunti, ripensa agli impegni presi dal cliente nella sessione precedente, prepara domande o spunti utili. Non tratta ogni sessione come se fosse la prima.


Le responsabilità del cliente: cosa rende un percorso efficace


Questa è la parte che spesso viene sottovalutata. I clienti tendono a pensare che la responsabilità del risultato sia del coach. Non è così, e il modo più efficace per chiarirlo è essere espliciti fin dall'inizio.


Partecipare con onestà

Il coaching funziona nella misura in cui il cliente è disposto a essere onesto: con il coach e con se stesso. Questo non significa fare una confessione generale. Significa portare alle sessioni le cose vere che stanno accadendo, non la versione filtrata e socialmente accettabile.


Un cliente che in sessione parla di un problema in modo edulcorato, che minimizza le difficoltà per non sentirsi vulnerabile, o che porta argomenti "sicuri" per evitare quelli scomodi, sta ostacolando il proprio processo. Il coaching può andare solo dove il cliente è disposto ad andare.


Implementare gli impegni tra una sessione e l'altra

Il cambiamento non avviene nelle sessioni. Avviene tra una sessione e l'altra, quando il cliente applica nella vita reale quello che ha esplorato nel coaching. Gli impegni che si prendono a fine sessione non sono opzionali: sono il motore del percorso.


Un cliente che arriva alla sessione successiva senza aver fatto nulla di quanto concordato non sta usando il coaching. Sta usando le sessioni come uno spazio di riflessione piacevole, senza trasformazione reale.


Mantenere la frequenza concordata

La frequenza delle sessioni (generalmente ogni due-tre settimane) non è arbitraria. È calibrata per dare il tempo di implementare gli impegni e raccogliere i dati dell'esperienza reale, senza lasciare un intervallo così lungo da perdere il filo del percorso. Saltare sessioni, spostare continuamente gli appuntamenti o allungare gli intervalli diluisce l'efficacia del processo.


Essere disposti all'incertezza

Il coaching produce spesso intuizioni inaspettate e domande scomode. Non si sa in anticipo dove porterà il processo. I clienti che richiedono certezze preventive ("ma alla fine del percorso sarò sicuramente in grado di...?") hanno una difficoltà di fondo con il processo stesso.


Il coach può garantire la qualità del processo. Non può garantire i risultati specifici, perché dipendono da variabili che appartengono al cliente e al suo contesto di vita.


Il contracting iniziale: quando si definiscono le regole del gioco


Prima di iniziare qualsiasi percorso di coaching professionale, c'è una fase di contracting che non è una formalità burocratica ma un momento fondamentale di allineamento. In questa fase si definiscono: gli obiettivi del percorso (cosa il cliente vuole ottenere, con quali indicatori di successo), la frequenza e la durata delle sessioni, le modalità di svolgimento (in presenza o online), le condizioni di riservatezza (specialmente nei percorsi aziendali con un committente terzo), le condizioni di interruzione anticipata e il relativo trattamento economico.


Un coach che salta questa fase, che inizia le sessioni operative senza un accordo chiaro su questi elementi, sta già mancando a una delle sue responsabilità fondamentali.


Quando il percorso non funziona: cause e rimedi


Non tutti i percorsi producono i risultati sperati. Le cause più frequenti sono riconoscibili e spesso prevenibili.


Il disallineamento sugli obiettivi è tra le più comuni. Il cliente arriva con aspettative vaghe ("voglio migliorare come leader") che non vengono mai tradotte in indicatori concreti. Senza chiarezza sugli obiettivi, è impossibile valutare i progressi e altrettanto impossibile capire quando il percorso è completato.


Il mismatch tra coach e cliente è un'altra causa reale. Non ogni coach funziona con ogni cliente. La relazione di coaching richiede un livello di fiducia e di sintonia che non sempre si crea spontaneamente. Se dopo due-tre sessioni il cliente si sente a disagio con il modo in cui il coach lavora, è non solo legittimo ma opportuno discuterne esplicitamente o valutare un cambiamento.


La mancanza di implementazione tra le sessioni, come già detto, è spesso la causa più silenziosa di un percorso che non va. Il cliente partecipa alle sessioni con interesse, ma non cambia nulla tra un incontro e l'altro. Il coaching diventa un'abitudine riflessiva piacevole invece di un processo di trasformazione reale.


Domande frequenti


Il coaching è vincolante? Posso interrompere il percorso?

Il cliente può interrompere il percorso in qualsiasi momento, come previsto esplicitamente dal Codice Etico ICF. L'accordo iniziale di solito specifica che le sessioni già svolte vengono compensate. È buona pratica, se possibile, fare almeno una sessione di chiusura per raccogliere gli apprendimenti del percorso anche se interrotto prima del previsto.


Cosa succede se salto una sessione?

Una sessione saltata non compromette il percorso, purché sia un'eccezione e non la norma. La cancellazione va comunicata con almeno 24-48 ore di anticipo, come concordato nel contracting. Sessioni saltate ripetutamente senza motivo sono un segnale che vale la pena esplorare in sessione: spesso indicano una resistenza al cambiamento che è esattamente il materiale più utile su cui lavorare.


Il coach può condividere con la mia azienda quello che diciamo in sessione?

No. La riservatezza è assoluta sul contenuto delle sessioni. In un percorso aziendale, il coach può riferire al committente che il percorso sta procedendo e, con accordo esplicito del cliente, alcune informazioni generali sulle aree di lavoro. Mai il contenuto specifico delle conversazioni.


Come faccio a sapere se il percorso sta funzionando?

Gli indicatori più affidabili sono comportamentali, non emotivi. Non "mi sento meglio" (che è importante ma soggettivo), ma "in quella riunione ho fatto X che prima non riuscivo a fare" o "ho avuto quella conversazione difficile che rimandavo da mesi". Questi segnali concreti sono il vero metro di misura di un percorso che funziona.


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Fabrizio Quintili:          

 

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Studio: Via Longino Caio Cassio, 5 - Roma (a 10 minuti a piedi dalla fermata metro Numidio Quadrato) - presso lo studio CambiaMENTI

 

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