Coaching e intelligenza emotiva
- Fabrizio Quintili
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- 31 dic 2021
- Tempo di lettura: 9 min
Aggiornamento: 19 ore fa
Che rapporto c’è tra coaching e intelligenza emotiva?
E che rapporto c’è tra intelligenza emotiva e successo professionale?

Goleman si esprime così:
“Le regole del lavoro stanno cambiando. Oggi siamo giudicati secondo un nuovo criterio: non solo in base a quanto siamo intelligenti, preparati ed esperti, ma anche prendendo in considerazione il nostro modo di comportarci verso noi stessi e di trattare gli altri. Questo nuovo metro viene applicato sempre più spesso quando si deve scegliere chi assumere e chi no, chi licenziare e chi riconfermare, chi scavalcare e chi promuovere. (...)
La nuova misura di eccellenza dà per scontato il possesso di capacità intellettuali e di conoscenze tecniche sufficienti a svolgere il nostro lavoro. Invece, punta principalmente su qualità personali, come l’iniziativa e l’empatia, la capacità di adattarsi e di essere persuasivi.” (Daniel Goleman, Lavorare con intelligenza emotiva, Rizzoli, 1998).
Quando Goleman parla di capacità intellettuali si riferisce al quoziente di intelligenza (QI).
Sta dicendo che il quoziente di intelligenza è oggigiorno considerato un prerequisito per accedere alle alte performance, mentre il quoziente emotivo (QE) è considerato la chiave per portare nel mondo con successo le proprie capacità tecniche e intellettuali.
Come dire, possiamo possedere conoscenza e capacità cognitive alte, ma se non siamo anche bravi a condividere, a comunicare, a coinvolgere, a guidare, ad ascoltare, a dare supporto, a capire gli altri, a capire le reti di relazioni, a gestire i nostri impulsi ed emozioni, a riconoscere le nostre emozioni, ad essere tenaci e a non lasciarci abbattere dalle difficoltà, ecc… è poco probabile riuscire a farsi notare, ascoltare, seguire, ispirare fiducia.
È chiaro che vale anche il contrario: una alta intelligenza emotiva senza avere necessarie competenze tecniche non serve a conseguire risultati pragmatici apprezzabili…
Per esempio, quante persone conosciamo che seppur preparate tecnicamente e intellettualmente, faticano a trovare una collocazione adeguata alle loro capacità?
Oppure, pensiamo a quei tecnici molto preparati nella loro specialità che sono stati messi a dirigere un reparto, e che hanno conseguito risultati manageriali non all’altezza delle aspettative suscitate dalla preparazione tecnica.
Ma cos’è l’intelligenza emotiva?
È l’insieme delle capacità che ci permettono di usare le nostre emozioni per conseguire risultati relazionali e pragmatici utili a noi e agli altri.
Sotto l’etichetta intelligenza emotiva è racchiusa una famiglia di competenze.
Anche se noi conosciamo Goleman come l’autore per eccellenza, in realtà gli autori, i modelli e le competenze descritte come intelligenza emotiva sono molteplici.
Ad esempio, il modello alla base del questionario ORG-EIQ (Organizational-Emotional Intelligence Questionnaire) presenta quattro categorie: consapevolezza e valutazione del sé, autogestione, competenza sociale e gestione delle relazioni.
Ciascuna di queste categorie, a sua volta, è composta da sotto competenze:
consapevolezza e valutazione del sé: consapevolezza di sé, sicurezza di sé, intrapersonal (simile al concetto di assertività)
autogestione: autocontrollo emotivo, tenacia, adattabilità
competenza sociale: empatia, consapevolezza organizzativa, orientamento al cliente interno/esterno
gestione delle relazioni: leadership, catalizzatore del cambiamento, lavoro di gruppo.
Ora vediamo in pratica un esempio di comportamento che possiamo declinare nel modello dell’intelligenza emotiva.
Sono in ufficio e condivido la stanza con un collega. In realtà è un nuovo collega, non lo conosco da tanto e i nostri rapporti sono ancora formali. È estate e fa caldo. Facciamo il caso che io abbia un cattivo rapporto con l’aria condizionata: mi procura dolori cervicali e per questo ho condiviso con il collega la necessità di tenerla molto bassa (ossia aria nella stanza poco rinfrescata). Ammettiamo che io mi assenti per una riunione. Dopo un’ora rientro e trovo l’aria condizionata al massimo e la stanza “gelata”.
A questo punto provo delle emozioni che mi agitano.
La domanda è come le utilizzerò per raggiungere il miglior risultato che faccia stare bene me e non leda il collega o, se ci riesco, lo faccia stare sereno e incrementi la stima che ha di me?
Per esempio: potrei sentirmi legittimato a provare rabbia perché penso che la colpa sia oggettivamente sua. Quindi esclamo “E no! Ti avevo detto che non si può metterla al massimo…”, poi potrei accigliarmi e fare una faccia offesa. Che risultati mi porta questa strategia? Sicuramente incremento della tensione emotiva mia e sua e un prolungamento dello stato emotivo di rabbia. Magari pensieri rimuginanti sul fatto che sbaglio sempre a dare troppa fiducia agli altri e che il collega è una persona di cui non posso fidarmi. “Ecco, un altro motivo per lamentarmi del mio lavoro…”, penso. Il tutto peserà sulle mie performance di lavoro e di team: sarò meno concentrato e disponibile con gli altri, con performance relazionali e pragmatiche scarse.
Risultato: non sono in pace con me stesso, né con il collega.
Oppure, posso rendermi conto che sono arrabbiato (consapevolezza di sé) fare un bel respiro (capacità di autogestione) e ricordarmi che mi arrabbio sempre quando mi sembra che qualcuno mi faccia una cattiveria (consapevolezza di sé). Non mi sento una vittima (sicurezza di sé) e fermandomi a riflettere ci possono essere altre spiegazioni all’accaduto. Per esempio, è faticoso per il collega resistere con questo caldo (empatia) e ha semplicemente approfittato della mia assenza. Così esclamo “Accidenti che temperatura glaciale! Mi sa proprio che ti ho fatto penare… Dai, mi copro il collo con questa sciarpa. Posso chiederti di alzare comunque un po’ la temperatura?” (assertività, tenacia, lavoro di gruppo).
Risultato: contengo al minimo la tensione, uso l’episodio per rafforzare l’intesa con il collega e mantenere un clima lavorativo positivo, le mie performance sono salve (attenzione, concentrazione, collaborazione).
Ok, ma le competenze che fanno parte della famiglia dell’intelligenza emotiva si possono migliorare?
La risposta è sì e lo strumento per eccellenza è il coaching.
Perché non stiamo parlando di tratti di personalità (ad esempio introversione o estroversione), ma di strategie di comportamento. Qual è la differenza? La differenza è che la personalità è il nostro stile di comportamento, mentre la strategia è l'insieme di azioni e parole che mettiamo in campo.
Ad esempio, nella situazione descritta sopra sia con un tratto di estroversione, sia con un tratto di introversione, è possibile gestire la situazione con la strategia messa in atto nel secondo caso. Cambierà lo stile con cui una persona la mette in atto, ma non la sostanza e i risultati.
Cosa bisogna fare per allenare l'intelligenza emotiva?
Per allenare le competenze dell’intelligenza emotiva bisogna usare questi strumenti: introspezione, elaborazione di strategie alternative e sperimentazione pratica sul campo. E questi sono esattamente gli ingredienti del coaching.
Il percorso di coaching ha come risultato il rafforzamento dei quattro aspetti dell’intelligenza emotiva: consapevolezza e valutazione di sé, autogestione, competenza sociale, gestione delle relazioni. In un percorso non alleniamo tutte le competenze, ma solo quelle necessarie al cliente per raggiungere i risultati desiderati.
Pensiamo, ad esempio, a un cliente che per raggiungere i risultati desiderati abbia bisogno di lavorare sulla propria capacità di rispettare le scadenze: il comportamento inefficace agito dal cliente è trovare motivazioni plausibili per rimandare gli impegni.
Impegno e motivazione beneficiano dallo sviluppo di specifiche competenze emotive: sicurezza di sé, autocontrollo emotivo, tenacia. Il coaching sarà orientato a supportare il cliente nel superare le convinzioni limitanti inerenti la sicurezza di sé, nel trovare strategie di autocontrollo emotivo, nell’allenare la tenacia attraverso gli apprendimenti su di sé, nell’affinare le strategie alternative elaborate in sessione.
Lo stesso può dirsi per il Team Coaching: il miglioramento delle performance del team è funzione delle competenze tecniche e delle competenze di intelligenza emotiva espresse dal team.
L'intelligenza emotiva non si insegna: si allena
Una delle convinzioni più radicate nel mondo manageriale è che l'intelligenza emotiva sia una qualità innata (si ha o non si ha). La ricerca degli ultimi vent'anni smentisce questa idea in modo sistematico.
L'EQ è una competenza, e come tale si sviluppa attraverso la pratica, il feedback e la riflessione guidata. È qui che il coaching entra con tutta la sua potenza.
Daniel Goleman, nel suo lavoro fondamentale Working with Emotional Intelligence (1998), ha calcolato che nelle posizioni di leadership l'intelligenza emotiva conta il doppio rispetto alle competenze tecniche e cognitive messe insieme. Non si tratta di "essere simpatici" o "gestire le emozioni" in senso generico: si tratta di competenze specifiche, misurabili, che producono risultati organizzativi concreti.
Il coaching è il contesto ideale per questo sviluppo perché opera esattamente dove si trova il cambiamento reale: nella consapevolezza di sé, nella regolazione delle reazioni, nella qualità delle relazioni.
Le cinque competenze EQ nel lavoro di coaching
Il modello originale di Goleman identifica cinque domini dell'intelligenza emotiva. Vediamo come il coaching agisce su ciascuno.
1. Autoconsapevolezza
È la capacità di riconoscere le proprie emozioni nel momento in cui si manifestano e di capire come influenzano i pensieri, le decisioni e i comportamenti. Nel coaching, questa è la competenza di partenza: senza autoconsapevolezza non è possibile il cambiamento.
Attraverso domande potenti, il coach aiuta il cliente a portare alla luce pattern automatici che di solito restano nell'ombra. "Quando quella riunione è andata storta, cosa provavi prima ancora che iniziasse?" è il tipo di domanda che apre la porta all'autoconsapevolezza.
2. Autoregolazione
Riconoscere un'emozione è necessario, ma non sufficiente. L'autoregolazione è la capacità di scegliere come rispondere, anziché reagire automaticamente. Nel coaching si lavora su questo attraverso tecniche di defusione cognitiva, pause deliberate e la costruzione di nuovi repertori comportamentali.
Un manager che in passato esplodeva in risposta alle critiche impara, nel percorso di coaching, a intercettare il segnale emotivo prima che diventi una reazione: c'è un breve spazio tra lo stimolo e la risposta, e in quel spazio si trova la libertà di scegliere.
3. Motivazione intrinseca
L'intelligenza emotiva di alto livello include la capacità di orientare se stessi verso obiettivi che hanno un senso profondo, al di là degli incentivi esterni. Nel coaching questo si traduce nel lavoro sui valori: chi sono? Cosa conta davvero per me? Come si allineano i miei obiettivi professionali con la mia identità più autentica?
È il tipo di domande che produce motivazione duratura, non quella che si esaurisce al primo ostacolo.
4. Empatia
Non significa condividere le emozioni altrui, ma saperle leggere con precisione e usarle per calibrare le proprie risposte. Nel contesto organizzativo, un leader con elevata empatia riesce a comprendere il clima del team prima che diventi un problema, a intercettare i segnali di disagio e a gestire conversazioni difficili in modo costruttivo.
Il coaching sviluppa l'empatia attraverso esercizi di prospettiva, role-playing e analisi delle proprie reazioni nei confronti degli altri. "Come pensi che il tuo collaboratore abbia vissuto quella conversazione?" è una domanda che sviluppa il muscolo empatico.
5. Gestione delle relazioni
È la competenza apicale: la capacità di influenzare, ispirare, gestire i conflitti e costruire reti di collaborazione. Si sviluppa sulle quattro precedenti (non è possibile gestire bene le relazioni senza autoconsapevolezza, autoregolazione, motivazione e empatia).
Nel coaching si lavora su scenari relazionali concreti: la conversazione con il collaboratore in difficoltà, la negoziazione con un cliente difficile, il feedback al team dopo un fallimento. La simulazione e l'analisi di questi momenti accelerano lo sviluppo in modo che nessun corso frontale può replicare.
Cosa dice la ricerca: EQ, coaching e risultati
Non stiamo parlando di concetti astratti. Le evidenze empiriche sul rapporto tra intelligenza emotiva, coaching e performance organizzativa sono solide e in continua crescita.
Uno studio pubblicato sul Journal of Applied Psychology ha mostrato che i manager con punteggi EQ più alti ottengono valutazioni di performance significativamente superiori da parte dei propri superiori, colleghi e collaboratori (indipendentemente dalle competenze tecniche).
Un'altra ricerca, condotta su un campione di 358 manager in programmi di coaching esecutivo, ha rilevato miglioramenti statisticamente significativi in autoconsapevolezza e regolazione emotiva già dopo sei sessioni di coaching individuale.
Il meccanismo è abbastanza chiaro: il coaching crea un contesto di riflessione strutturata che il normale ritmo lavorativo non consente. Rallentare, osservare, ricevere feedback, sperimentare nuovi comportamenti in un ambiente sicuro (questa è la sequenza che produce uno sviluppo reale dell'EQ).
Intelligenza emotiva e coaching: un percorso, non un evento
Uno degli errori più frequenti nelle organizzazioni è trattare lo sviluppo dell'EQ come un evento — un workshop di un giorno, un corso online, un assessment seguito da un report che finisce in un cassetto. Il cambiamento nelle competenze emotive richiede tempo, pratica ripetuta e un contesto relazionale di fiducia.
Il coaching individuale offre esattamente questo: continuità, personalizzazione e accountability. Il coach non dice al cliente cosa provare o come comportarsi. Lo aiuta a costruire, attraverso la riflessione e l'azione, la versione di sé che vuole diventare.
Per un manager, questo può significare passare da un approccio reattivo e difensivo a uno stile di leadership capace di ispirare, includere e motivare. Per un professionista, può significare finalmente riuscire a fare conversazioni difficili senza procrastinare. Per un imprenditore, può significare smettere di prendere decisioni guidate dall'ansia e iniziare a scegliere con chiarezza.
L'intelligenza emotiva non è il punto d'arrivo. È la condizione che rende possibile tutto il resto.
Domande frequenti
Il coaching sviluppa davvero l'intelligenza emotiva o è solo teoria?
Il coaching sviluppa l'EQ in modo pratico e misurabile. Non attraverso nozioni, ma attraverso l'osservazione di pattern reali, il feedback diretto e la sperimentazione di nuovi comportamenti. La ricerca empirica supporta questa efficacia, in particolare per l'autoconsapevolezza e la regolazione emotiva.
Quante sessioni di coaching servono per vedere risultati sull'EQ?
Dipende dalla persona e dal punto di partenza, ma i cambiamenti nella consapevolezza di sé emergono spesso già nelle prime tre-quattro sessioni. Lo sviluppo delle competenze relazionali più complesse richiede un percorso di sei-dodici sessioni con pratica attiva tra una sessione e l'altra.
L'intelligenza emotiva è misurabile?
Sì. Esistono strumenti validati scientificamente — tra cui l'EQ-i 2.0 e il MSCEIT — che misurano le diverse componenti dell'EQ. Nel coaching esecutivo, questi assessment vengono spesso usati all'inizio del percorso per definire un punto di partenza e, al termine, per misurare i progressi.
Coaching e intelligenza emotiva: da dove si comincia?
Il punto di partenza naturale è l'autoconsapevolezza. Prima di lavorare sulle relazioni con gli altri, è necessario sviluppare una relazione onesta con se stessi: riconoscere i propri pattern, capire come le emozioni influenzano le decisioni, identificare i momenti in cui le reazioni automatiche prendono il sopravvento. Il coaching inizia sempre da lì.



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