top of page

Cosa rende efficace un percorso di coaching: l'evidenza empirica


Coching evidence-based

Una delle domande che ricevo più spesso, sia da clienti sia da colleghi, è la stessa: il coaching funziona davvero? È una domanda legittima, ma, posta in questi termini, è troppo generica per fornire una risposta utile. La domanda corretta, su cui la ricerca degli ultimi vent'anni ha prodotto evidenze sempre più precise, è un'altra: cosa rende efficace un percorso di coaching?


Sapere cosa funziona (e cosa no) cambia radicalmente il modo in cui si scelgono i coach, si strutturano i percorsi e si valutano i risultati.


In questo articolo provo a sintetizzare le principali evidenze empiriche sull'efficacia del coaching, distinguendo ciò che è scientificamente solido da ciò che è solo marketing del settore.


Il coaching è efficace? Cosa dicono le meta-analisi


Quando si parla di efficacia di un intervento, le meta-analisi (studi che aggregano i risultati di molte ricerche indipendenti) sono lo standard più affidabile. Sul coaching ne abbiamo diverse, e i risultati convergono in modo abbastanza chiaro.


La meta-analisi di Theeboom, Beersma e van Vianen (2014), pubblicata sul Journal of Positive Psychology, ha analizzato 18 studi e ha mostrato effetti significativi del coaching su cinque dimensioni: performance e competenze, benessere, coping, atteggiamenti verso il lavoro, autoregolazione orientata agli obiettivi. Gli effect size variavano da moderati a grandi, con il dato più rilevante sull'autoregolazione.


Una meta-analisi successiva di Jones, Woods e Guillaume (2016), pubblicata sul Journal of Occupational and Organizational Psychology, ha confermato e ampliato questi risultati su 17 studi controllati con un campione complessivo di oltre 2.000 partecipanti. L'effetto medio del coaching sul cambiamento individuale era statisticamente significativo e di entità pratica rilevante.


Più recentemente, la meta-analisi di Burt e Talati (2017) ha isolato specificamente l'effetto dell'Executive Coaching sulla performance organizzativa, rilevando ROI medi compresi tra 5,7 e 7,9 volte l'investimento iniziale.


Questi numeri vanno presi con la cautela tipica delle stime del ROI in interventi complessi, ma il segnale generale è chiaro.


La risposta alla domanda "il coaching funziona?" è quindi sì, in termini statisticamente solidi. Ma questo è solo l'inizio della storia.


I fattori che determinano l'efficacia


Sapere che il coaching funziona in media non è particolarmente utile. Quello che è utile è sapere cosa rende un percorso più efficace di un altro. La ricerca ha identificato diversi fattori critici.


L'alleanza coach-cliente


Il fattore più potente, in linea con quanto sappiamo da decenni sulla psicoterapia, è la qualità della relazione tra coach e cliente. Lo studio di Baron e Morin (2009) ha mostrato che la qualità dell'alleanza di coaching predice gli esiti del percorso più di qualsiasi altra variabile, incluso il modello teorico adottato dal coach o il numero di sessioni.


Cosa significa concretamente "buona alleanza"? Tre componenti, identificate da Bordin nel suo lavoro classico: accordo sugli obiettivi, accordo sui compiti e legame emotivo (fiducia, rispetto reciproco). La presenza di questi tre elementi è correlata a miglioramenti significativi nei risultati del percorso.


Implicazione pratica: la chimica tra coach e cliente non è un dettaglio. Se dopo due-tre sessioni la relazione non si crea, è opportuno discuterne esplicitamente o valutare un cambio di coach. Il coaching non funziona indipendentemente dalla relazione.


La motivazione e il commitment del cliente


Il coaching è un processo collaborativo. La ricerca mostra in modo consistente che il livello di motivazione iniziale del cliente predice fortemente i risultati. I clienti che entrano nel percorso per scelta autonoma e con obiettivi chiari ottengono risultati significativamente migliori rispetto a quelli che entrano per pressione esterna (organizzativa, sociale, familiare).


Lo studio di de Haan e collaboratori (2013) ha mostrato che la prontezza al cambiamento del cliente è un predittore più forte dell'efficacia del coaching rispetto alla stessa esperienza del coach. Questo non riduce il ruolo del coach, ma sottolinea che il coach lavora sulla motivazione che il cliente porta con sé, non la sostituisce.


Implicazione pratica: i percorsi imposti raramente producono i risultati attesi. Quando un'organizzazione vuole offrire coaching ai propri manager, è necessario verificare prima il livello di interesse e disponibilità del singolo, invece di assegnare il coaching come un benefit obbligatorio.


La specificità degli obiettivi


Gli obiettivi vaghi producono risultati vaghi. Questo è uno dei dati più solidi della ricerca sul coaching. I percorsi orientati a obiettivi specifici, misurabili e contestualizzati ottengono risultati significativamente migliori rispetto a percorsi generici di "sviluppo personale" o "crescita professionale".


La ricerca di Locke e Latham, sviluppata negli anni Ottanta sul goal setting e applicata al coaching da diversi autori successivi, mostra che gli obiettivi difficili ma raggiungibili producono performance superiori del 16% in media rispetto agli obiettivi vaghi del tipo "fai del tuo meglio". Questo dato si conferma anche nel coaching.


Implicazione pratica: la fase iniziale del contracting, in cui si definiscono gli obiettivi del percorso, non è una formalità. È il momento più importante del coaching. Un coach che non investe tempo serio in questa fase sta compromettendo l'efficacia di tutto il percorso che seguirà.


Il numero e la frequenza delle sessioni


La ricerca ha esplorato anche la relazione dose-risposta del coaching: quante sessioni servono per ottenere effetti significativi? La risposta è meno univoca, ma alcune indicazioni emergono.


Lo studio di Schiemann e collaboratori (2018) mostra che gli effetti del coaching emergono in modo significativo a partire dalla quarta-quinta sessione, raggiungono un plateau intorno alla decima e poi si stabilizzano.


Percorsi di quattro sessioni o meno tendono a produrre effetti modesti; percorsi che superano le dodici sessioni raramente producono benefici aggiuntivi proporzionali al tempo investito.


La frequenza ottimale, secondo la maggior parte degli studi, è di una sessione ogni due-tre settimane. Frequenze maggiori (settimanali) tendono a non lasciare tempo sufficiente per implementare gli impegni; frequenze minori (mensili) rischiano di perdere il filo del lavoro.


La qualifica e l'esperienza del coach


Sorprendentemente, l'esperienza del coach in termini di anni di pratica non è un predittore così forte dell'efficacia quanto ci si aspetterebbe. La meta-analisi di de Haan e Nilsson (2017) ha mostrato che, oltre una certa soglia di competenza di base, l'esperienza aggiuntiva non si traduce automaticamente in risultati migliori.


Quello che invece predice l'efficacia è la qualità della formazione iniziale (programmi accreditati ICF o equivalenti), la pratica supervisionata e la formazione continua. Un coach con cinque anni di esperienza che non si è mai sottoposto a supervisione può essere meno efficace di un coach con due anni di esperienza che ha investito sistematicamente nello sviluppo professionale.


Implicazione pratica: l'esperienza in anni è un proxy imperfetto della competenza. Quello che conta sono le credenziali ICF, la pratica supervisionata documentata e l'investimento continuo nella propria formazione.


L'approccio evidence-based: cosa fa la differenza


Una distinzione importante che emerge dalla ricerca riguarda l'approccio del coach al proprio lavoro. I coach che adottano un approccio evidence-based, che basano cioè le proprie pratiche su quello che la ricerca ha dimostrato funzionare, ottengono risultati significativamente migliori dei coach che operano sulla base di intuizioni personali, modelli proprietari non validati o tecniche acquisite da percorsi formativi non scientifici.


Questo è il cuore dell'approccio della Coaching Psychology, la disciplina che applica al coaching i principi e i metodi della psicologia evidence-based. Non è un dettaglio teorico: è una scelta etica e professionale che ha conseguenze concrete sulla qualità del lavoro.


Un coach evidence-based usa strumenti che hanno superato test di efficacia, riconosce i limiti della propria disciplina, è cauto rispetto a tecniche promosse senza evidenze solide, e aggiorna le proprie pratiche quando la ricerca produce nuovi risultati. È un modo di lavorare che richiede umiltà intellettuale e investimento continuo nello studio.


Cosa NON predice l'efficacia (anche se sembra)


È utile anche sapere che cosa la ricerca ha mostrato non essere un predittore significativo di efficacia, nonostante venga spesso presentato come tale nel marketing del coaching.


Il modello teorico utilizzato


Diversi modelli di coaching (GROW, OSKAR, CLEAR, COACH, ecc.) producono risultati simili nelle mani di professionisti competenti. Non esiste un modello "migliore" in assoluto. L'efficacia dipende molto più dalle competenze fondamentali del coach (ascolto, domande potenti, presenza) che dal modello specifico adottato.


Il carisma del coach

Un coach carismatico e affascinante non è necessariamente più efficace di uno con una presenza più sobria. Anzi, alcuni studi suggeriscono che il carisma eccessivo può creare dipendenza dal coach e ridurre l'autonomia del cliente, obiettivo finale del coaching.


La durata totale del percorso


Percorsi molto lunghi (oltre 15-20 sessioni) raramente producono risultati significativamente migliori rispetto a percorsi standard di 6-10 sessioni. Spesso indicano una difficoltà del coach a chiudere il processo o una dipendenza che si è creata, non un beneficio aggiuntivo per il cliente.


Strumenti e tecniche esotiche


Test della personalità basati su modelli non validati scientificamente, tecniche neurolinguistiche prive di evidenze, esercizi visualizzativi privi di supporto empirico: tutti elementi spesso presenti nel marketing del coaching, ma senza correlazione dimostrata con i risultati. La sostanza del coaching efficace è quasi sempre conversazionale, non tecnologica.


Come misurare l'efficacia di un percorso


Sapere che il coaching in generale funziona non è sufficiente. Per ogni singolo percorso, vale la pena domandarsi se sta producendo i risultati attesi. La ricerca suggerisce alcuni indicatori utili.


Indicatori comportamentali: il cliente sta facendo cose che prima non riusciva a fare? Sta avendo conversazioni che evitava? Sta prendendo decisioni che procrastinava? Questi sono i segnali più affidabili di un percorso che funziona.


Indicatori di consapevolezza: il cliente riconosce i propri pattern automatici prima di agire su di essi? Vede opzioni dove prima vedeva solo costrizioni? Distingue le proprie reazioni emotive dalla realtà oggettiva? La consapevolezza precede il cambiamento, ed è quindi un indicatore precoce.


Indicatori soggettivi: il cliente si sente più capace di gestire le situazioni difficili? Ha una visione più chiara di ciò che vuole? Sente di avere risorse che prima non riconosceva?


Questi indicatori sono importanti, ma vanno combinati con quelli oggettivi per non confondere il piacere della sessione con l'efficacia del processo.


Indicatori organizzativi (per il coaching aziendale): cambiamenti misurabili nelle performance del team del manager, riduzione del turnover nel suo reparto, miglioramento nei feedback a 360 gradi. Questi indicatori richiedono tempo per emergere, ma sono i più rilevanti per le organizzazioni.


Una nota finale: l'umiltà necessaria


Il coaching è efficace, ma non è onnipotente. La ricerca ci dice che produce effetti significativi su una vasta gamma di outcome, ma anche che ci sono casi in cui non funziona, o non è lo strumento più appropriato. Riconoscere i limiti della propria disciplina è parte del lavoro professionale del coach.


Quando una persona ha bisogno di un supporto psicologico più profondo, il coaching non è la risposta. Quando un'organizzazione ha problemi strutturali, il coaching individuale non risolverà ciò che richiede un intervento sistemico. Quando il cliente non è realmente motivato al cambiamento, nessuna competenza tecnica del coach compenserà questa mancanza.


La maturità professionale del coach si misura anche nella capacità di riconoscere questi limiti e indirizzare le persone verso strumenti più appropriati quando necessario. Questa onestà non è una debolezza: è una delle ragioni per cui, quando il coaching è lo strumento giusto, funziona davvero.


Domande frequenti


Quanto tempo ci vuole per vedere i primi risultati di un percorso di coaching?

La ricerca mostra che effetti significativi emergono in media tra la quarta e la sesta sessione. I primi cambiamenti nella consapevolezza possono apparire prima, ma i cambiamenti comportamentali stabili richiedono il tempo necessario per implementare ripetutamente nuovi modi di agire.


Il coaching online è efficace quanto quello in presenza?

Le meta-analisi più recenti non rilevano differenze statisticamente significative tra il coaching online e quello in presenza, a parità di condizioni. La modalità online ha persino alcuni vantaggi pratici: maggiore flessibilità, riduzione dei costi di trasferta, possibilità di lavorare con coach geograficamente distanti.


Esistono evidenze sull'efficacia del team coaching?

Sì, anche se la base di evidenze è meno ampia rispetto a quella del coaching individuale. Gli studi disponibili (Hawkins, Clutterbuck e altri autori) mostrano effetti significativi su variabili quali la performance del team, la qualità della comunicazione, la gestione dei conflitti e l'allineamento sugli obiettivi. La ricerca in questo ambito è in espansione.


Come faccio a verificare se un coach lavora secondo un approccio evidence-based?

Le domande utili sono: su cosa basa le sue pratiche? Conosce la letteratura scientifica sul coaching? Si forma continuamente? Cita ricerche e autori riconosciuti quando spiega il proprio approccio? Un coach evidence-based risponde a queste domande senza difficoltà; un coach che non lo è tende a deflettere o a citare fonti generiche.


Commenti


contatti

Fabrizio Quintili:          

 

Email: fqpsycoach@gmail.com

Studio: Via Longino Caio Cassio, 5 - Roma (a 10 minuti a piedi dalla fermata metro Numidio Quadrato) - presso lo studio CambiaMENTI

 

Pagina LinkedIn

  • LinkedIn Icona sociale

Ti ricontatterò al più presto, grazie!

© 2021 by Fabrizio Quintili

bottom of page